Tutti a casa
- 9 mag
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Rubizza. Gioconda. L’incarnazione levantina di Jabba The Hutt plana al mio cospetto su una Skoda che si guadagna il diesel tamponando il prossimo sulle strade di Tel Aviv. Sono le otto (del mattino) e tutto va bene. Tranne per il sedile del conducente.
Shlomo mi accoglie a bordo con la gioia di un oste che si gode lo spettacolo di una clientela a fine barile. È già amore. Sulla sessantina, timbro vocale di un organo a canne, dopo neanche un minuto Shlomo si rivela un ex re della ceramica. Ora l'affetto è corrisposto. Jabba attacca con l’interrogatorio sul mio parco clienti e alla fine confessa: suo figlio ha un negozio di mattonelle a Las Vegas. Lui, invece, a sessant’anni si è rotto i maroni e si è dato alle constatazioni amichevoli.
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Aeroporto di Tel Aviv, interno giorno. L’avvolgenza della Shlomobile è ormai un lontano ricordo: ora mi ritrovo in nella oubliette open-space dei controlli di sicurezza rafforzati, in cui i tempi d’attesa in piedi oscillano tra l’ora e mezza e la mezza stagione.
Poco fa ho salutato Steven (lo chiameremo così fino a che non mi ricorderò il suo vero nome, cioè mai), un arzillo asio-scozzese a rischio di infarto permanente. Steven appartiene infatti a quel frangente del genere umano capace di dirti “sure, no problem” quando gli consigli di parlare con calma e lentamente con la security aeroportuale, per poi implodere come un gavettone isterico non appena scatta l’ora X.
Lui comunque a passare i controlli ce l’ha fatta, mentre io rimiro ancora il come Israele sia l’unico Paese al mondo in cui ci voglia più ad andarsene che ad entrare.
L’unica speranza, in questo grande simulacro dell’intestino della vita, è che la security chiami il nome del tuo volo, venga a raccoglierti in mezzo agli ignavi, e ti porti in testa alla fila di poveri stronzi disperati. In mezzo a cui, giusto per non aggravare le cose, qualcuno dimentica a terra una borsa nera della taglia giusta per sembrare un pacco bomba.
Il tutto perché, sul mio passaporto, la ragazzina super-simpatica dei pre-controlli ha attaccato l’adesivo per sospetti narcos, terroristi, scippatori e arab-looking people in genere. E pensare che l’azienda mi ha assunto pensando che io sembrassi ebreo. Vigliacca maledetta.
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Ritardi. Sbadataggine. Scelte sbagliate. Una numerosa famiglia di pugnette di cui in parte sono padre biologico mi ha condotto su un volo per Roma anziché Bologna. Ci sentivamo gagliardi negli spogliatoi, come il Costa Rica prima di prendere sette palle dalla Spagna. Mentre ora, dopo il doppio fischio di un destino cinico e baro, ho in programma di atterrare a mezzanotte e il primo treno dei desideri parte all’alba.
Cane il clero. A parte il prete armeno-californiano che sta tornando col gregge dalla Terra Santa sul mio stesso volo, dal complesso maxillo-facciale di uno dei Soprano. Sgattaioliamo insieme verso i bagni di coda per una pisciata di frodo, io gli faccio da palo e lui in cambio mi promette di salutarmi il CEO la prima volta che andrà a Roma. Strana coincidenza, che ci stia finendo proprio stasera: magari glielo saluto io.
Fra l’altro, in scalo a Istanbul, il bidello della Turkish ha guardato la foto del passaporto e mi ha chiesto se quello nell’acquaforte fossi davvero io. Capelli volant foto manent, dicevano gli antichi; e forse è stata la pubblicità subliminale meglio piazzata di sempre.
Comunque si pronuncia “Costantinopoli”.







