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Micro-storie di, su, e con persone comuni

conosciute nelle mie peregrinazioni per il mondo

Piccola città

  • 8 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Spoleto mi lascia perplesso, dopo tanti anni trascorsi ad aspettare di vederla. Le mie attese l’hanno lentamente confusa con Orvieto, di cui vidi i faraglioni da bambino, e ora mi immergo in vicoli a cui non ho chiesto promesse prima di arrivare.

A differenza di tanti altri luoghi della Penisola, questo polmone di bellezza non respira solo nei suoi sassi medievali o negli archi romani sotto cui sfilano i pellegrini, lasciati a sgretolarsi o incellofanati per orde di turisti senza legge né coscienza, a cui l’unica cosa che i local vogliono lasciare è un portafogli vuoto e non una fiamma che gli brilli dentro anche nella merda in cui sguazzano a casa.


Qui un uomo di nome Menotti ha impresso un’idea, un pensiero, ha scavato un solco in cui l’energia dell’arte viene rispettata, coltivata e ricercata in tutte le sue forme. Da un terrazzo sulla strada, guardando in basso, si possono sbirciare cortili raccolti tra muri dell’undicesimo secolo in cui prendono vita forme contemporanee che magari non vedranno mai le luci di una mostra; le botteghe del centro traboccano di sfumature di gusto ricercato con cui rendere casa propria un tempio.


Nei gesti degli stessi spoletani, nel modo in cui le mani descrivono linee e cerchi nell’aria a rimarcare un pensiero, s’intuisce un’eleganza di monaci che disegnano nel greto bianco di un giardino giapponese; le uniche due cose che li rende ancora parte della terra sono l’accento e le scale. I gradini delle calle di Spoleto rammentano ad ogni passo la fatica dell’ascensione; questa calata poco flautata impastata con l’umbro e col romano parla di antiche transumanze tra valli ancora vergini.


Il rifiuto di questa gente di prostituirsi al dio denaro si trova nei prezzi del caffè e dell’acqua nei bar del centro, persino quelli più esclusivi, che rendono la dimensione di come qui lo straniero sia ancora benvenuto per il suo essere umano. Non sembra esserci spocchia e tracotanza in questo popolo che sa ancora di campagna, che trova gioia nelle chiacchiere sull’uscio delle botteghe, che affitta le vetrine ai pittori invece di abbandonarli per strada su di uno sgabello con i quadri stesi a terra come borse contraffatte.


Il tempo a Spoleto è trascorso fangoso lasciando detriti di ogni era in piena vista, con vecchi relè della luce piantati dentro pietre tirate via dalle montagne mille anni fa, colonne romane piantate nei muri, cartelli che da un secolo indicano la strada sempre per gli stessi posti, lastroni di pietra serena che cedono il passo all’acciottolato, l’acqua.


Forse la vera cifra di questo paesone eletto a metropoli dell’arte risiede nelle sue fontane, nel mascherone che in cima al monte vomita una lingua d’acqua in una vasca ma offre anche un piccolo rivolo per abbeverarsi, ai bacini scolpiti sotto la rampata che porta via dal duomo, negli zampilli offerti ai passanti lasciati aperti e vivi, nella colossale spina dorsale che si erge sopra i lecci alle spalle della città rubando linfa ai colli.


Spoleto è un po’ il suo antico bastione che veglia sulla falda opposta dell’acquedotto: pia, silente, discreta, e al contempo inespugnata dal vizio, dall’avidità, dalla fame; è un caveau di quello che siamo e di quello che dovremmo tornare ad essere, il punto più profondo dell’anima riparato dal vento, una di quelle scatole del tempo che si fanno sotterrare ai bambini piene di ninnoli pronti a diventar tesori per sconosciuti cercatori.


 
 
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