Biglietto, prego
- 9 mag
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Nella sua insaziabile voglia di collezionare forme di vita abbiette, Madre Natura ha preso in seno abbastanza disgrazie da saturare ogni nicchia evolutiva di ogni habitat del globo. A Yellowstone ci sono batteri che pippano zolfo a bordo caldera, ignari che l’acqua bollente sia ostile alla partenogenesi. Ci sono i guyduck, dildo delle sabbie che alcuni popoli barbari colgono dai fondali marini neanche fossero stinchi di maiale. Ci sono le cimici asiatiche, il cui unico contributo al Creato è stato ridare dignità a quelle verdi dopo dieci secoli di persecuzioni. E poi c’è Braka.
Il porto di Zanzibar pulsa di frenesia oceanica più di un molo londinese vittoriano, solo che i malcapitati scaricati a riva sono un cocktail di turisti bianchi in braghetti poco armocromatici e scarrafoni che tornano da mammà.
Il forestiero in arrivo si ritrova sospinto in un budello recintato che lo incanala verso il controllo passaporti, mentre i carrelli ricolmi di bagagli sferragliano tra le urla degli scaricatori che sono alla terza ora del turno e ne hanno già i maroni pieni da almeno un paio. Lo straniero in partenza, invece, dopo essersi fatto largo sull’asfalto cosparso di venditori sia ambulanti che accampati, viene prima invitato ad esibire biglietto e documenti, e poi a trovare un buco su una sedia nella sala d’attesa all’aroma di cozze e masse proletarie. Ed entrambi i destini sono accompagnati dall’eterna, inderogabile presenza dei porter bercianti che ondeggiano sotto il peso dei bagagli.
Sono queste figure dal datore di lavoro ignoto a scandire la quotidianità dei porti tanzani. Tutti hanno una pettorina, ma alcuni sono dipendenti del porto, mentre la maggior parte sono freelance che campano con le mance di turisti a cui quasi strappano le valige di mano con la scusa di aiutarti – sperando che tu, da bravo mzungu ritardato,* sia spinto europeisticamente a pensare “ma che gentile questo giovanotto” per poi trovarti con cinque euro in meno dopo venti metri.
È proprio lì, nella penombra della zona controllo biglietti, che Braka si è acquattato come una tagliola. Non lo noto farsi alla mia destra mentre litigo con l’impiegato della biglietteria, ma avverto un disturbo nella Forza. Come mi giro ha già ghermito la valigia: “Jambo mzungu sir, I’m help. We go.”
Lo sguardo sprigionato da un paio di occhietti itterici all’altezza del mio sterno non tradisce alcun intento interrogativo. Settant’anni, o forse solo quaranta ma fatti tutti contromano, tre denti ad aver risposto all’appello e un menisco che funziona ancora solo per una questione di integrità professionale, Braka ha più genio e culo dell’inventore dei toscanelli.
Raddrizzatosi sulle sue due spanne di spina dorsale acquisisce un’aura professionale e rassicurante che non mi lascia scampo: avvertito il mio consenso nella Forza, avvinghia anche il trolley e inizia ad aprirsi la strada nella giungla di corpi verso i controlli di sicurezza, scaraventa le valigie sul nastro, mi esfiltra in mezzo alle guardie con un sorriso imburrato.
“You see, it is matter of charisma”. Braka mi molla su una sedia del salone aperto sotto un tetto di lamiera, intasca la mazzetta e torna a caccia. Ed io osservo andarsene il più grande predatore di tutta Zanzibar, racchiuso in un minuscolo spazio vitale.
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*uomo bianco, che in Africa include il concetto di ritardato.







