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conosciute nelle mie peregrinazioni per il mondo

Sapore di sale

  • 7 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

A Maya piacciono le crocchette. Poco importa se siano quelle della Coop, fatte per il 20% con scarti di pollame e 80% segatura riscattata da una falegnameria di Beirut. A lei il profumo vagamente tumefatto dell’acqua del molo di Anzio risveglia l’atavico istinto di speronare la sporta con le riserve alimentari della vacanza con tutto il muso e anche un po’ di zampa, con una recidività legittimata dall’incapacità gestionale di una proprietaria che continua a tirare lei per il collo anziché spostare il corpo del reato fuori portata.

Ma del resto lo spirito del Bar del Porto è un po’ così, ravvivato da quell’animosità spannometrica tipica dei romani che ha fatto grandicello questo Paese. Le masse popolari che si affannano su un cornetto pre-partenza (miseri i popoli che non han bisogno di ricciole) fremono all’idea di un mare solcato al vibrare del motore dell’aliscafo e alle promesse di una settimana isolana come vibrioni in una coltura di Petri.

Stamattina una caligine biancastra si è levata dall’acqua con l’intento non dichiarato di nascondere ai salpanti le brutture edilizie accalcatisi in riva al mare lungo trent’anni di cementificazioni post-guerra. Una torre, che pare una copia in grande scala dei comignoli che infestano i tetti della mia terra, campeggia sull’orizzonte urbano che racchiude la baia a meridione, sintomo di una cultura architettonica fondata sui complessi d’inferiorità ed una punta d’omosessualità repressa. 

Questo caciarone e già amatissimo proletariato marittimo che non può permettersi un barchino inizia a manifestare le stesse compulsioni delle torme da aeroporto: la paura di perdere l’unico mezzo di trasporto pubblico socialmente accettabile, la smania di mettersi in fila sotto al sole per mezz’ora superflua nella certezza di potersi così aggiudicare un posto migliore che comunque non si godranno – vuoi perché passeranno il viaggio mezzi fuori bordo a vomitare, vuoi perché si accalcheranno sui piccoli ballatoi panoramici a prua e a poppa.

Interno giorno, ventre dell’Agostino Lauro. Dopo una quindicina di minuti spesi a risolvere piccoli dilemmi del prigioniero, i convenuti paiono avere trovato una quadra di massima in senso cooperativo ed hanno tutti più o meno preso posto vicino a sconosciuti in relativa quiete. Un paio di babbi hanno persino ardito ricordare alla prole che no, non ci sono solo loro e quindi che stiano buoni e zitti. 

La fauna è variopinta e poliedrica: c’è una cospicua delegazione di cafoni di borgata, che resi a disagio dal relativo silenzio all’interno dello scafo, ingannano il tempo con la propria voce investita in telefonate e messaggi audio in risposta ad amici che gli avevano scritto l’ultima volta nel 2012.

Ci sono ragazzetti di incerta estrazione anagrafica persi in solitari, reel di Instagram e whatsappini ad amori lasciati inespressi. C’è la gente normale, con la sua attesa carica di una sommessa trepidazione. Si parte. Ah, c’è anche il sessantenne col mozzicone di toscano spento perennemente in bocca. Il classico non passa mai di moda. 

 
 
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