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conosciute nelle mie peregrinazioni per il mondo

Metti la cera

  • 8 apr
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 9 mag

Ogni mare chiama il bagnante a modo suo. Di facciata la sabbia è sempre sabbia, pronta a farsi torre e fossato per ogni bambino, i palloni di neoprene volano leggeri in una moltitudine di varianti dello schiaccia-sette, la maleducazione di chi sente il bisogno di condividere la propria musica di merda è equamente distribuita intorno al globo (mai si vide un esteta del jazz arrivare con la cassa a tutto volume), venditori ambulanti in un precario regime di monopolio localizzato con raggio di circa venti metri, il sibillino retrogusto di sfida verso la fauna marittima potenzialmente letale. Ma il Mediterraneo ha un’altra cosa.


In questa pozza che la tettonica a placche sta costringendo in un lago, l’acqua ha una voce diversa, un richiamo occulto, una melodia che incatena chi ha avuto la sventura di nascere sulle sue sponde all’incapacità di sentirsi a casa davanti ad un oceano. Il mare che bagna Salì, le acque di Zanzibar e già quelle di Tangeri sono madri di altri mondi, di altri destini; ma è come se l’essere un’unica immensità sfumasse le voci di tutti gli altri popoli del mondo in una massa dall’anima indistinta e dunque affamata di una sola spiaggia a cui appartenere.


Il mio mare invece conosce il senso del limite, l’urgenza di sciabordare dentro un contegno, trovarvi il proprio essere. È un mare d’anfore d’olio e vino, triremi spezzate dai rostri, offerte votive agli dei del Levante, masse di uomini che da sempre si spostano sul pelo del suo ventre ricreando dove arrivano la casa che hanno abbandonato: Cartagine, Siracusa, Cadice, Rodi, Malta. Chissà domani quali nuove nubi verranno fondate sulle sue sponde nel sobbollire della storia umana, se la Sicilia sarà culla di un po’ di Siria e l’Egitto di un po’ di Grecia.


C’è una scala, a La Marsa, dove si sfila in una grande parade della moda. Le donne, soprattutto. Il bar marinaresco per esseri umani intenti a smaltire l’acne, dove sono seduto, è giusto dall’altra parte della strada. Dalla scalinata si scende, si sale, si sculetta, si sorride.

Come in ogni porto di mare, piccoli accrocchi di ragazzine già familiari al conto delle lune passano in gran carriera, con vestiti sgargianti ma per lo più abbastanza discreti per la marina di provincia di un Paese tradizionalista. L’altra metà del cielo, invece, ha già fatto uno sforzo evolutivo a mettersi gli infradito e conserva il costume da bagno addosso nell’attesa di un tuffo notturno che ovviamente gli verrà negato per eclatanti demeriti sul campo.


All’ostensione in pubblica via partecipano tutte, anche le signore accollate in un hijab garantito per non permettere un microclima interno inferiore agli 85 gradi. Che colta poesia questa terra, una delle poche in cui bikini e burkini vengono portati uno di fianco all’altro con perfetta nonchalance. 

Il maschio mediterraneo maturo aderisce invece all’unisono allo standard internazionale: braghetto, calzatura abrasa verso il tallone causa strisciamento del piede come Ettore intorno alle mura di Troia, polo rigorosamente aperta fino all’ultimo bottone in parallasse con il perno sporgente della panza. Borsello.

Neo-babbi rinsaldano il silenzio coniugale portando su e giù passeggini a spalla, altri scortano le figlie a passeggio nel caso in cui uno dei macachi in ciabatte di cui sopra osi anche solo paventare un balzo in avanti nell’evoluzione della specie: questa figlia va maritata bene e principiante.


Il gelatone, purga e delizia di ogni post-bagnante. Dopo una giornata passata a gestire cinque infanti propri più altri sette accollati in regime socialista, chi potrebbe negare a una signora che non vede una carezza da sei anni il fatuo piacere di un cono stracciatella, stucco ed escherichia coli. Il gelatone risolve le crisi coniugali, i pianti dei bambini, gli irrisolti da ombrellone.


La grande ricerca degli amici perduti. In retrospettiva, non c’è più amara rottura di maroni giovanile che dover passare mezza serata a cercare un plotone di stronzi che si è perso a limare un pelo di figa da qualche parte (anche voi parlate francese?). Quando di anni ne hai trenta e sei a zonzo in quattro già avverti una lieve scocciatura. Anche perché tanto lo scopo ultimo di fare delle vasche è sempre e comunque quello di non trombare.


Un ragazzino a rotelle, e non ridotto così da un pianoforte in caduta libera. Una cosa che non passa all’attenzione in Tunisia è la quantità di disabili con la sindrome di Down che si vedono per strada: praticamente zero, come in ogni Paese che prova vergogna e quelli che vanno a tre cilindri li si nasconde a casa.


Comunque, uscire la sera con una maglietta con scritto Gangster pensando che piaccia alle donne è un atto megalomane.


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Café-ristorante Grignotine, esterno notte. Il nome stesso del locale ha il sapore di un tempo passato, quando i ventenni si trovavano al café e in piazza si tagliavano le teste (spesso di quelli che non avevano voglia di starsene seduti al bar). Il posto è totalmente astemio, ovviamente, ma l’assenza di fluidificante sociale sembra essere stata superata - o quantomeno somatizzata - nel tabagismo ed altri rivoli del vizio. Sarà anche che al mare in fondo si è sempre un po’ tutti amici dopo due secondi e ce la si tira di meno, perché le cose da dimostrare sono meno.


C’è un tizio in mezzo al dehors che suona una chitarra acustica le cui corde sono state usate per legare le razioni dei soldati al basto dei muli che scalavano il Carso, ma lui ha quarant’anni e la buzza quindi se ne frega e suona. Ha l’aria di uno di quelli che con la chitarra ha sempre trombato poco, ma del resto quelli che strimpellano intorno a un fuoco trombano sempre poco. 

Colpo di scena: arriva la primipara. Non di John Lennon, ma del McCartney lì di fianco col capello sbarazzino, la polo celeste flash abbinata al braghino mare rosso fuoco e due zampette secche da podista che non deve chiedere mai. Lo sfondo di tardo-adolescenti non regala particolari emozioni, la normalità è ancora al potere. Cambiamo posto.


Sempre esterno notte, corniche – che è il modo figo di dire promenade, cioè lungomare. Pippo o’menestrello sta facendo a un banjo quello che Giacomo Casanova faceva alle sue amanti. Lo accompagna Gastone Dueschiaffi, tamburello in scambio Erasmus al bongo. Pippo e Gastone cinghiano con un ritmo danzereccio, c’è un babbo che batte il tempo per dimenticare il quarto figlio e qualche ragazza che passando accenna una danza del ventre con le braccia aperte.


Pippo sfoggia un braghino olivo stinto in abbinato camicia smanicata a quadri di quelle con cui si andava a pelo negli anni ’80, e mustacchio tecnico curato meglio di un giardino di ciliegi a Kyoto. Gastone invece ha un approccio più costante al problema. Con quelle dita rimbalzanti che farebbero toccare il cielo a quindici uova di sfoglia, il nostro uomo stasera ha scelto un look all-quasi-black con pantalone lungo da sugo e maglietta al gomito, mentre gli aguzzi lineamenti mascellari al di sotto delle orecchie a sventola sottintendono una sacher di dinieghi degli standard di bellezza.


Se il valore di un popolo dovesse misurarsi da quanti soldi ci sono nel cappello di un musico di strada, la Tunisia farebbe a botte con l’Italia per gli ultimi posti. E tuttavia c’è qualcosa in questo ritmo sincopato che fonde la voce del mare con quella del deserto, che ha il sapore della pazienza del pescatore e del pastore assieme per il fluire del tempo senza eccessi. 


Un infante con un futuro alla Scala regala ai sanpietrini un insieme di passi di danza che solo uno che è stato tenuto sveglio dai parenti che ballano che per tutta la vita può sapere. Se c’è una cosa che Pippo sa fare è creare il senso dell’attesa: gli stanchi si sono fatti muti, aspettano che il bardo molli la briglia alla linea principale – che mi accorgo essere la stessa degli ultimi tre quarti d’ora.

Anche P&G, a modo loro, sono fenici.

 
 
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